Quando si parla di Internet, i temi in discussione sono davvero tanti: le reti a banda larga, i contenuti digitali, la libertà di espressione e di accesso alla cultura, la tutela degli artisti, la pirateria, la richiesta da parte degli utenti di maggiore capacità, le architetture di rete, i nuovi modelli di business, la concorrenza tra piattaforme: reti fisse e reti mobili, cavo, rame e fibra, Internet e TV; e chi più ne ha più ne metta.
Tutti questi temi hanno diversi elementi comuni, ma ce n’è uno da cui sicuramente dipende parte importante del loro sviluppo: il video streaming.
In Italia, si sa, la TV via Internet è stata un mezzo flop per i seguenti motivi: 1) le resistenze dell’oligopolio televisivo, supportato da una politica di sviluppo della banda larga fino ad ora inesistente; 2) la scarsità dei contenuti premium disponibili online (i film, banalmente); 3) i contratti di esclusiva tra distributori e produttori e piattaforme televisive che impediscono ai film di circolare lecitamente online; 4) l’esistenza delle finestre di distribuzione che ingessano i tempi del mercato; 5) l’insufficiente capacità di banda disponibile che non garantisce adeguata qualità; 6) la conseguente – e ovvia – scarsa domanda da parte dei consumatori.
Ma, come sempre in settori ad alto tasso di innovazione tecnologica, il mercato corre più veloce del legislatore, del regolatore e della politica e – magari mettendoci più tempo che altrove – anche in Italia le vecchie logiche di potere e di business, che tentano di mantenere antiche rendite di posizione, stanno perdendo terreno. E così non solo la pubblicità – da sola – si sposta dalla TV a Internet, ma i contenuti video stanno facendo da traino al mercato del video streaming. Non potendo da subito usufruire dei film (tipici driver del mercato, si ricordi come si è sviluppata la pay-tv), gli Italiani sono nati con il video sharing e, infatti, come numero di utenti, siamo in linea con gli altri Paesi europei. A fare da apripista su questo mercato c’è ovviamente YouTube, seguito da altri siti, come ad esempio Megavideo (anzi, “il fu Mediavideo”?, staremo a vedere….). A rimorchio, perché storicamente resistenti a nuove forme di comunicazione e di business, anche le televisioni si stanno, ob torto collo, adeguando, e quindi La7, Mediaset e la Rai offrono contenuti in streaming sui propri siti Internet. Senza contare gli operatori di telecomunicazioni, come Telecom Italia con Cubovision. Ora però, il mercato nella realtà è guidato da YouTube e pochi altri, e comunque da quei siti che offrono – sempre lì si torna – i film, capaci di attrarre utenti, anche a pagamento. Ed è per questo che Youtube è entrato – da maggio 2011 – nel mercato statunitense dei movie, offrendo film a noleggio a prezzi assolutamente competitivi e, da settembre, offre lo stesso servizio anche in Canada e nel Regno Unito. C’è quindi da chiedersi se YouTube, la cui strategia commerciale e di business comincia ad essere chiara, offrirà – presto o tardi – il servizio di noleggio film anche in Italia, e con quali conseguenze.
Considerando che in Italia gli utenti mensili di YouTube sono più di 20 milioni, le conseguenze sono intuitive: aumento del traffico sulle reti; richiesta di una maggiore capacità di banda per supportare la visione dei film in SD e HD; problemi relativi alla qualità del servizio che si ripercuoteranno sul dibattito sulla neutralità della rete; cambiamento nei modelli di business degli operatori e nel rapporto tra operatori e utenti. Come verranno remunerati gli operatori della filiera? Prevarrà il modello della revenue sharing? La pubblicità diverrà la principale fonte di finanziamento? Gli utenti pagheranno una fee per accedere “flat” ai film online o pagheranno a consumo? Gli verrà garantita una offerta best effort e una premium a pagamento o sarà tutto best effort o tutto a pagamento?
Interrogativi importanti, cui dovremmo cominciare a rispondere, una volta per tutte, semplificando enormemente il dibattito ed aggregando, anziché distinguendo, tutti i singoli aspetti che ho elencato. Eh sì, perché concentrarsi sulla neutralità della rete, piuttosto che sulla pirateria; sui modelli di architettura di rete, piuttosto che sull’oligopolio televisivo ha una efficacia molto relativa e, soprattutto, ci ha già fatto perdere troppo tempo.
Una cosa sola andrebbe fatta: rimuovere le barriere allo sviluppo del mercato. Tanto il mercato va comunque: frenarlo e tentare di ritardarne lo sviluppo è solo controproducente. E’ un problema di “sistema; di “mentalità”.
E la vicenda di Megaupload ne è l’esempio.
Qualcuno ha paragonato Kim Schmitz, fondatore di Megaupload, ad Al Capone, sostenendo che “Kim Schmitz operava nel business della soddisfazione dei bisogni degli utenti in maniera non diversa da come Al Capone faceva quando contrabbandava alcool”. Se così fosse, non dovremmo trarre una buona volta insegnamento dal passato? Come possiamo infatti dimenticarci che, dopo l’istituzione del proibizionismo, milioni di americani continuarono a bere approvvigionandosi sul mercato nero? Non solo, gli alcolici arrivavano attraverso canali di distribuzione alternativi, venivano prodotti in laboratori clandestini e spacciati in luoghi segreti cui si accedeva tramite parola d’ordine. Al Capone fece la sua fortuna proprio sfruttando il proibizionismo. Nonostante la situazione favorisse chiaramente lo sviluppo di attività illecite, nel 1929 il Congresso americano inasprì le sanzioni, ampliando la legge sul proibizionismo e stabilendo pene detentive anche per chi consumava alcool. La teoria era che, se si arrestava chi beveva, ci sarebbero state meno vittime dell’alcool e dei crimini correlati. Nel 1933, dopo anni di politiche rivelatesi totalmente fallimentari, venne sancita la fine del proibizionismo e milioni di americani poterono acquistare l’alcool liberalizzato che, regolarmente tassato, contribuì ad aumentare sensibilmente le entrate dello Stato; vennero creati migliaia di posti di lavoro collegati all’industria degli alcoolici e le attività illecite vennero definitivamente sconfitte.
Bene. Se per paradosso sostituite in questa breve descrizione la parola “alcool” con “contenuti digitali” appare immediatamente chiaro che perseverare con un approccio esclusivamente proibizionista, come quello dei progetti di legge SOPA negli USA o delle norme che puntano ad inasprire le pene contro la pirateria online in Europa e in Italia (dalla Hadopi all’emendamento “Fava”), avrà come unico effetto di farci inutilmente piombare negli “anni venti” dell’era digitale con un aumento delle attività illecite e un colpevole spreco di tempo e di energie di fronte all’ineluttabile vittoria del mercato e dei bisogni degli utenti. La soluzione sta nel cambiare i modelli di pensiero, prima ancora di intervenire su quelli normativi e di regolazione.
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“L’articolo” è interessante ricco di spunti di riflessione, il problema è che su questi argomenti, a mio parere, si stanno confrontando veramente in pochi in Italia (non mi riferisco agli addetti ai lavori). Ogni paese, USA per primi, hanno avviato la loro riflessione normativa ed etica a modo loro e molte voci si trovano online la cui sensibilità è stata solleticata dalla serie di problematiche citate, ma la verità è che non c’è la diffusa percezione nè dei problemi nè dei rischi che l’assenza di attenzione del legislatore (con eccessi o difetti) potrà comportare nel molto prossimo futuro. Volendo fare una riflessione tutta italiana, ritengo che l’utilizzatore medio, utente o utonto (senza offesa per i meno pratici) che sia, della rete non ha ancora apprezzato le potenzialità di servizio, l’infinito potere comunicativo e tantomeno ha piena coscienza della piattaforma di mercato che questa rappresenta. In sintesi, in quanti sentono l’urgenza di tutelare con forza questa risorsa, se non gli addetti ai lavori? I concetti chiave, critici, sono sempre gli stessi: “settore ad alto tasso di innovazione tecnologica” e “modello di pensiero”, il secondo rincorrerà sempre il primo destinato ad una perenne asimmetria e, in assenza di principi generali solidi che ne accorcino le distanze, il ritardo ed il danno saranno direttamente proporzionali. Da questo non credo si possa sfuggire. Prima che nella corretta filosofia di normazione e nell’attesa che qualcuno che sta al posto giusto sia illuminato e scopra la criticità di certe problematiche, spero vivamente in un investimento istituzionale che punti ad una capillare diffusione della cultura di internet. Ai consigli per l’uso, le schede tecniche e le netiquette. C’è bisogno che la democrazia si faccia sentire dal basso… la tv via internet con il revenue sharing di google adsense si faranno spazio comunque come al solito in un mercato senza regole ed i mercati continueranno ad essere ingiusti e discrezionali e cresceranno in seno alle istituzioni che crederanno opportuno di porvi attenzione solo a fronte di un grosso squilibrio economico o di una macroscopica evidenza penale. Ma il rischio principle è che senza l’attenzione di tutti si giunga facilmente nei prossimi anni ad una rete specularmente degradata come la televisione, dove, tolto l’ormai fisiologico mangia mangia di competitors su frequenze e pubblicità, si giunga ad un appiattimento del pluralismo e della democrazia che quasi nulla ha da invidiare agli anni 20, italiani però.