I giovani reclamano una open science

Umberto Veronesi: “ l’open access alla scienza è un obiettivo che può solo essere ostacolato o ritardato, ma non può essere evitato”

Sulla Stampa.it del 18 gennaio è apparso un interessante articolo dal titolo: “La scienza apra i santuari ai giovani” scritto da Umberto Veronesi riguardo l’open Access to science e le difficoltà che riscontrano i giovani scienziati nell’accesso alla carriera dei ricercatori scientifici. Come è noto i risultati delle nuove ricerche vengono quasi sempre comunicati alla comunità scientifica sotto forma di articoli di periodici sancendo di fatto il potere oligarchico delle storiche testate scientifiche quali The New England Journal of Medicine, Nature, Science, senza le cui pubblicazioni, nessuna ricerca sembrerebbe assumere autorevolezza. Valutando le criticità proprie dell’organizzazione dello stesso mondo scientifico Veronesi ammette: “Proprio lavorando molto in mezzo ai giovani ricercatori mi sono reso conto di almeno tre ragioni di insoddisfazione nei confronti dell’attuale sistema di informazione in scienza. La prima è il tempo troppo lungo che intercorre fra risultati di un lavoro e la loro pubblicazione. Prima che una nuova ricerca appaia su una rivista scientifica bisogna aspettare mesi per sapere se verrà pubblicato oppure no; poi l’articolo che la descrive va corretto, e altri mesi o un anno intero possono ancora passare prima della effettiva pubblicazione. Questo ritardo operativo si traduce in un ritardo nella disseminazione delle conoscenze, che può a sua volta comportare un ritardo nel progresso scientifico. La seconda ragione è la scarsa disponibilità di informazioni in tutti gli angoli del Pianeta, che va contro il principio galileiano dell’universalità della scienza. Gli alti costi delle riviste scientifiche limitano la loro distribuzione nei Paesi emergenti. La terza ragione è che i commenti o le critiche a un lavoro pubblicato su una rivista appaiono mesi dopo, e così le risposte degli autori: il processo che dovrebbe essere di «botta e risposta» può durare un anno, e in un mondo che è ormai abituato ai tempi di reazione di Twitter, questo non è più accettabile”. Se poi anche Paul Krugman, sul New York Times, scrive un editoriale a proposito delle trasformazioni che Internet ha portato nel mondo scientifico e della necessità di una open science l’argomento evidentemente inizia ad vere una certa rilevanza. Krugman pone un interrogativo chiave: Nell’epoca di internet ha ancora senso (e sempre nell’ambito della ricerca scientifica) procedere alla pubblicazione nelle riviste scientifiche? La riflessione di Krugman si avvicina al pensiero di Veronesi. Oggi, le notizie viaggiano più velocemente. Una notizia, una volta stampata, è già passata. La possibilità di comunicare e convalidare i risultati scientifici rende gli scambi di informazione più veloci ed efficaci, ma soprattutto la Rete permette una comunicazione libera e in tempo reale anche in zone del mondo difficilmente raggiungibili. Non sarà quindi necessario per i giovani possedere la raccomandazione o la benedizione di circoli o comunità di scienziati per essere introdotti alla ricerca e per poter pubblicare i propri lavori. Per non parlare degli stessi costi di pubblicazione, di consultazione e acquisto delle stesse riviste.
Allora bene vengano le iniziative come ResearchGate (una sorta di Facebook per scienziati) e quella intrapresa da Veronesi con la pubblicazione della prima rivista scientifica oncologica online “ecancermedicalscience” dove afferma Veronesi: “ i lavori sono esaminati immediatamente e l’accettazione o il rifiuto viene reso noto nel giro di una settimana; i commenti appaiono in diretta; l’accesso alla rivista è gratuito e la partecipazione alla discussione è gratuita. E’ un giornale aperto agli autori e aperto ai lettori”.

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