L’antropologo culturale Philippe Daverio pochi giorni fa parlando della sua nuova trasmissione il Capitale (in onda tutte le domeniche su RAI 3) commentava la ritrosia di noi italiani, più di altri popoli, per i numeri, pare proprio che non ci piacciano. In Italia si parla poco di dati: non li capiamo, non abbiamo molta voglia di comprenderli ma soprattutto mai nessuno ci ha lasciato intravvedere il tesoro nascosto, oserei dire sotterrato in essi. E’ forse anche per questo che molti sono ancora gli ostacoli da superare nel nostro paese per “liberare” le informazioni, per renderle open, open data appunto. Certamente oltre alla mentalità che và cambiata ci sono ostacoli anche di tipo tecnologico, spesso i dati non sono disponibili o i formati non utilizzabili, di tipo economico per gli alti costi di accesso alle informazioni e di tipo giuridico perchè dati personali e privacy vanno tutelati. E’ un fatto però che ogni giorno sono prodotti milioni di dati, molti dei quali pubblici. In Inghilterra già da due anni grazie all’inventore del web Tim Berners Lee e al ricercatore Nigel Shadbot è nato data.gov.uk un insieme di informazioni, tabelle e dati pubblici che incrociati e paragonati producono un valore per i cittadini e permettono di compiere piccole e grandi scelte nella vita: dal numero dell’autobus da prendere a chi votare alle prossime elezioni. Anche il Commissario europeo per l’agenda digitale Neelie Kroes ha affermato più volte che l’enorme mole di informazioni prodotte dalle amministrazioni se ben riformulate possono portare occupazione e ricchezza per i paesi che sapranno approfittarne (parliamo di un business, quello delle applicazioni mobili stimato per il 2013 in 15 miliardi di euro). L’Europa dunque ci spinge verso gli open data e verso la sfida della trasparenza delle istituzioni, e in un comunicato della Commissione con l’annuncio della nascita a breve di un portale con gli open data europei si legge: “trasformiamo i dati dei governi in oro”. E l’Italia? L’Italia ha recentemente inaugurato il suo portale dati.gov.it e ha anche dato il via ad un concorso Apps4italy aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Sul sito di Apps4italy che ha un montepremi di trenta mila euro ed è finanziato dal Ministero per la pubblica amministrazione e da alcuni sponsor privati si legge che l’idea del concorso nasce innanzitutto da una sfida alla difficoltà di adottare una strategia nazionale sui dati pubblici. Eppure dovrebbe essere semplice: se questa montagna di dati è prodotta attraverso i soldi dei contribuenti dunque perché non ridarla alla comunità stessa che ne ha permesso la produzione?
Alcuni esempi virtuosi (anche italiani!)
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